di
°•. °•. °•. Julie Otsuka °•. °•. °•.
…perché sono una sirena, canto in sirenese…e sbarazzina, civettuola piena di squame dalla coda alla gola…Pryntyl slash slash smack smack glu glu…
Carina vero? Una canzoncina davvero simpatica, per cominciare con un pizzico di brio il nostro nuovo incontro letterario!
Uh a proposito di sirene, ieri sera ho finito di vedere con mio marito la filmografia di Miyazaki un “visionario del cinema” che se non l’avete mai visto non sapete cosa vi perdete… mmm ma sì che lo conoscete è il papà di Heidi! Quello del Castello errante di Howl!
Ho convinto mio marito a lasciarsi tentare e ne è rimasto affascinato, dunque ieri ci siamo visti Il mio vicino Totoro.
Che cos’hanno di particolare questi film?
Oltre all’ambientazione fiabesca ed alla storia fantasiosa racchiudo in se una delicata poesia, una sfumatura ironica che riesce sempre a strapparvi un sorriso. Sono storie semplici, sono cartoni animati, ma lasciano un retrogusto di spensieratezza, di leggerezza che ci vuole proprio dopo aver ingoiato tanto amaro.
Come?Cosa c’entra la sirena? Ah già!Una delle mie preferite, fra le pellicole di Miyazaki, è Ponyo sulla scogliera, la delicata storia di un bambino, che vive su una scogliera con la madre (il padre è capitano della marina) che lavora in una casa di riposo, che un giorno raccoglie dal mare con il suo secchiello un pesce rosso dalla faccetta umana, tra i due nasce subito un’amicizia e presto il bambino Soske scopre che Ponyo è un pesce magico. Poco dopo il mare gliela strappa via e la riporta al suo papà nel fondo dell’oceano.
Ma Ponyo non si arrende, scappa e grazie alla sua magia si trasforma in una bambina e raggiunge nuovamente Soske…ma ciò scatena un terribile tsunami…scoprirete perché guardandolo!
Ma veniamo al libro di oggi “Venivamo tutte per mare” le protagoniste sono delle ragazze, che cos’hanno in comune? Stanno per sposarsi, con uomini che hanno visto solo in foto.
Queste giovani donne devono imbarcarsi dal Giappone verso San Francisco e lì affrontare un mondo totalmente nuovo e diverso per loro: la prima notte di nozze, il lavoro sfibrante, la lotta per imparare una nuova lingua, il parto, il fatto di essere straniere e quindi emarginate e poi l’arrivo della Guerra e quindi la dichiarazione che tutti I giapponesi sono nemici…
Queste giovani donne devono imbarcarsi dal Giappone verso San Francisco e lì affrontare un mondo totalmente nuovo e diverso per loro: la prima notte di nozze, il lavoro sfibrante, la lotta per imparare una nuova lingua, il parto, il fatto di essere straniere e quindi emarginate e poi l’arrivo della Guerra e quindi la dichiarazione che tutti I giapponesi sono nemici…
“Sulla nave eravamo quasi tutte vergini. Avevamo i capelli lunghi e neri e i piedi piatti e larghi, e non eravamo molto alte. Alcune di noi erano cresciute solo a pappa di riso e avevano le gambe un po’ storte, e alcune di noi avevano appena quattordici anni ed erano ancora bambine. Alcune di noi venivano dalla città e portavano abiti cittadini all’ultima moda, ma molte di più venivano dalla campagna, e sulla nave portavano gli stessi vecchi kimono che avevano portato per anni – indumenti sbiaditi smessi dalle nostre sorelle, rammendati e tinti più volte. Alcune di noi venivano dalle montagne e non avevano mai visto il mare, tranne che in fotografia, e alcune di noi erano figlie di pescatori che conoscevano il mare da sempre. Forse il mare ci aveva portato via un fratello, un padre o un fidanzato, o forse un triste mattino una persona cara si era buttata in acqua e si era allontanata a nuoto, e adesso anche per noi era arrivato il momento di voltare pagina. Sulla nave la prima cosa che facemmo – prima di decidere chi ci piaceva e chi no, prima di raccontarci a vicenda da quale isola venivamo e perché eravamo partite, e anche prima di impegnarci a imparare i nomi delle altre – fu confrontare le fotografie dei nostri mariti. Erano bei giovanotti con gli occhi scuri, i capelli folti e la pelle liscia e perfetta. Avevano il mento forte. Un bel portamento. Il naso dritto e pronunciato. Somigliavano ai nostri fratelli e padri rimasti a casa, però erano vestiti meglio, con redingote grigie ed eleganti, completi tre pezzi, all’occidentale. Alcuni di loro erano in posa sul marciapiede, davanti a case di legno dal tetto spiovente con lo steccato bianco e il praticello ben curato, e alcuni nel vialetto d’accesso, appoggiati a una Ford Model T. Alcuni sedevano su una sedia dall’alto schienale rigido nello studio del fotografo, le mani giunte con compostezza e lo sguardo fisso nell’obiettivo come se fossero pronti a sfidare il mondo. Tutti quanti avevano promesso di venire a prenderci a San Francisco, il giorno del nostro arrivo al porto. Sulla nave ci chiedevamo spesso: ci piaceranno? Li ameremo? Li riconosceremo dalle foto, quando li vedremo per la prima volta sul molo?”
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Fatti terribilmente reali, raccontati da una donna che ha deciso di rendere una giusta testimonianza alle sue tante sorelle costrette per secoli a vivere in questi universi paralleli del dolore.Per chi l’avesse già letto o comunque intenda cerca della ugual letteratura suggerisco anche Le Ragazze di Shangai di Lisa See, una storia molto simile che però ha come protagoniste due sorelle che ne vedono e ne subiscono di tutti i colori. Una storia forte ma con una grande lezione per noi: la tenacia e la determinazione sono la soluzione.
Chi è Julie Otsuka ?
E’ nata in California. Si è laureata in Belle Arti alla Yale University e ha conseguito un Master of Fine Arts alla Columbia University. È anche pittrice. Oggi vive e lavora a New York. Il suo primo romanzo, When the Emperor Was Divine (2002), dopo aver scalato le classifiche con duecentosessantamila copie vendute negli Stati Uniti, è considerato un classico contemporaneo: con questo libro, unanimamente giudicato dalla critica un capolavoro, Julie Otsuka ha vinto l’Asian American Literary Award, l’American Library Association Alex Award e una Guggenheim Fellowshi
Buona Lettura!
Elisa







































